L’emergere dell’individuo e l’ambiguità della libertà

Prima di affrontare il nostro tema principale – la questione del significato della libertà per l’uomo moderno, e del perché e del come egli cerchi di fuggire – dobbiamo esaminare un concetto che può sembrare un po’ estraneo alla realtà presente. Si tratta tuttavia di una premessa necessaria alla comprensione dell’analisi della libertà nella società moderna. Mi riferisco al concetto che la libertà caratterizza l’esistenza umana come tale e inoltre che il suo significato muta a seconda del grado di consapevolezza che l’uomo ha di se stesso come essere indipendente e distinto. La storia sociale dell’uomo è cominciata nel momento in cui egli, emergendo da uno stato di unità con il mondo naturale, è diventato consapevole di se stesso come entità separata dalla natura circostante e dagli altri uomini. Tuttavia questa consapevolezza è rimasta molto fioca per un lungo periodo di tempo. L’individuo continuava ad essere strettamente legato al mondo naturale e sociale da cui usciva; pur sentendosi in parte un’entità separata, sentiva anche di far parte del mondo circostante. Il crescente processo di distacco dell’individuo dai suoi legami originari, un processo che possiamo chiamare «individuazione», sembra aver raggiunto il suo culmine nella storia moderna, e precisamente nei secoli che vanno dalla Riforma al nostro tempo. Nella storia personale dell’individuo troviamo lo stesso processo. Il bambino nasce quando non è più unito alla madre e diventa un’entità biologica separata. Tuttavia, pur essendo questa separazione biologica l’inizio dell’esistenza individuale, il bambino resta funzionalmente unito alla madre per un considerevole periodo di tempo. Nella misura in cui, parlando in senso figurato, non ha ancora completamente reciso il cordone ombelicale che lo lega al mondo esterno, l’individuo è privo di libertà; ma questi legami gli danno sicurezza e il sentimento di «appartenere» e di aver radici da qualche parte. Intendo chiamare questi legami, che esistono prima che il processo di individuazione abbia consentito l’emersione completa di un individuo, «legami primari». Sono organici nel senso che fanno parte del normale sviluppo umano; implicano la mancanza di individualità, ma danno anche sicurezza e direzione e orientamento all’individuo. Sono i legami che collegano il bambino alla madre, il membro della comunità primitiva al suo clan e alla natura, l’uomo medioevale alla Chiesa e alla sua casta sociale. Una volta che lo stadio della completa individuazione sia stato raggiunto, e l’individuo si sia liberato da questi legami primari, si trova davanti un nuovo compito: orientarsi e radicarsi nel mondo, e trovare la sicurezza in modi diversi da quelli caratteristici della sua esistenza pre-individualistica. La libertà allora ha un significato diverso da quello che aveva prima che fosse stato raggiunto questo stadio di evoluzione. E’ necessario soffermarsi a chiarire questi concetti, esaminandoli più concretamente in rapporto allo sviluppo dell’individuo e della società. Il passaggio relativamente improvviso dall’esistenza fetale a quella umana, e il taglio del cordone ombelicale, segnano l’indipendenza dell’infante dal corpo materno. Ma questa indipendenza è reale solo nel senso materiale della separazione dei due corpi. In senso funzionale, l’infante continua a far parte della madre. La madre lo nutre, lo porta e provvede a tutti i suoi bisogni fondamentali. Solo lentamente il bambino arriva a vedere la madre e altri oggetti come entità separate da lui. Un fattore che contribuisce a questo processo è lo sviluppo neurologico e lo sviluppo fisico generale del bambino, la sua capacità di afferrare oggetti – fisicamente e mentalmente – e di controllarli. Con la propria attività sperimenta il mondo intorno a lui. Il processo di individuazione viene portato avanti dall’educazione. Questo processo comporta varie frustrazioni e proibizioni, che mutano il ruolo della madre in quello di una persona che ha scopi diversi e in conflitto con i desideri del bambino, e spesso in quello di una persona ostile e pericolosa. Questo antagonismo, che fa parte del processo educativo, anche se non lo esaurisce, è un fattore importante agli effetti di rendere più netta la distinzione tra l’«io» e il «tu». Dopo la nascita occorrono alcuni mesi prima che il bambino riesca anche solo a riconoscere una persona come tale, e sia in grado di reagire con un sorriso, e occorrono degli anni prima che il bambino cessi di confondersi con l’universo. Fino a quel momento egli manifesta quel particolare tipo di egocentrismo che è caratteristico dei bambini, un egocentrismo che non esclude la tenerezza e l’interesse per gli altri, dato che «gli altri» non vengono ancora sentiti come davvero separati. Per la stessa ragione in questi primi anni anche l’appoggiarsi del bambino all’autorità ha un significato diverso dall’appoggiarsi dell’adulto all’autorità. I genitori, o l’autorità quale che sia, non sono ancora considerati come entità fondamentalmente separate; fanno parte dell’universo del bambino, e quest’universo fa ancora parte del bambino. Perciò la sottomissione ad essi ha un carattere diverso dalla sottomissione che avviene dopo che due individui siano diventati davvero distinti.
R. Hughes, in “A High Wind in Jamaica”, descrive con grande finezza l’improvvisa scoperta della propria individualità da parte di una bambina di dieci anni: «E poi, a Emilia, accadde un fatto molto importante. Capì d’un tratto chi era. Non si vede perché non avrebbe potuto capitarle cinque anni prima, o anche cinque anni dopo; e nemmeno perché la cosa dovesse succederle proprio quel pomeriggio. Si era fatta per gioco una casa in un angolino della prua, dietro l’argano (su cui aveva appeso un ‘artiglio del diavolo’ come battente); ed essendosi stancata, si era messa a camminare verso la poppa senza meta, fantasticando di certe api e di una regina delle Fate, quando improvvisamente le venne in mente come un lampo di essere “lei”. Si fermò di botto e cominciò a guardare tutte le parti della sua persona che i suoi occhi riuscivano a raggiungere. Non poteva veder molto, tranne uno scorcio del davanti del vestito e le mani quando le alzò per ispezionarle; ma le bastò per formarsi un’idea approssimativa del corpicino che di colpo avvertiva come suo. «Cominciò a ridere, un po’ beffardamente. ‘Bene!’ pensò suppergiù, ‘figurati, proprio tu dovevi lasciarti prendere così! Adesso non puoi scappare, almeno per un bel pezzo: ti toccherà fare la bambina, e poi crescere, e poi diventar vecchia, prima di poterti liberare di questo scherzo matto!’. «Decisa ad evitare che questo importantissimo momento potesse venir interrotto, cominciò ad arrampicarsi su per le funi alla volta del suo posticino nella coffa. Ogni volta che muoveva un braccio o una gamba in questa semplice azione, però, si stupiva di nuovo di vedere con quanta prontezza le obbedissero. La memoria le diceva, naturalmente, che avevano sempre fatto così anche prima: ma prima lei non si era mai accorta di quanto fosse sorprendente. Sistematasi lassù, cominciò ad esaminare con la massima cura la pelle delle sue mani: perché era sua. Sfilò una spalla dal vestitino; e avendovi sbirciato dentro per assicurarsi che sotto i vestiti davvero continuava, la sollevò fino a farle toccare la guancia. Il contatto tra il suo viso e il caldo nudo incavo della sua spalla le diede una sensazione piacevole, come se fosse stata la carezza di una persona amica. Ma se la sensazione le venisse dalla guancia o dalla spalla, quale delle due carezzasse e quale venisse carezzata, questo nessun’analisi poteva dirglielo. «Ormai pienamente convinta di questo fatto sorprendente, di essere ora Emilia Bas-Thornton (non sapeva perché inseriva l”ora’, dal momento che certamente non si trastullava con sciocche idee di trasmigrazione delle anime), cominciò a considerare seriamente le sue implicazioni». A mano a mano che cresce, ed entro i limiti in cui i legami primari sono stati recisi, il bambino matura un’esigenza di libertà e indipendenza. Ma la sorte di quest’esigenza può essere pienamente compresa solo se ci rendiamo conto della qualità dialettica di questo processo di crescente individuazione. Questo processo ha due aspetti: uno è che il bambino diventa sempre più forte fisicamente, emotivamente e mentalmente. In ciascuna di queste sfere aumentano l’intensità e l’attività. Contemporaneamente, queste sfere si integrano sempre di più. Si sviluppa una struttura organizzata guidata dalla volontà e dalla ragione dell’individuo. Se chiamiamo questo insieme organizzato e integrato della personalità l’«io», possiamo anche dire che “un aspetto del processo crescente di individuazione è la crescita di una forza autonoma”. I limiti dello sviluppo dell’individuazione e dell’io vengono posti in parte da condizioni individuali, ma soprattutto da condizioni sociali. Infatti, benché le differenze tra gli individui appaiano sotto questo aspetto grandi, ogni società è caratterizzata da un certo livello di individuazione al di là del quale l’individuo normale non può andare.

L’altro aspetto del processo di individuazione è la “crescente solitudine”. I legami primari forniscono sicurezza e unità fondamentali con il mondo esterno. A mano a mano che il bambino emerge da quel mondo diventa cosciente di esser solo, di essere un’entità separata da tutti gli altri. Questa separazione da un mondo che in confronto alla propria esistenza individuale è irresistibilmente forte e potente, e spesso minaccioso e pericoloso, crea un sentimento di impotenza e di ansietà. Finché si era parte integrante di quel mondo, ignari delle possibilità e delle responsabilità dell’azione individuale, non si sentiva il bisogno di averne paura. Una volta divenuti individui, si è soli ad affrontare il mondo in tutti i suoi aspetti pericolosi e soverchianti. Sorgono allora impulsi a rinunciare alla propria individualità, a superare il sentimento di solitudine e di impotenza sommergendosi completamente nel mondo esterno. Questi impulsi, tuttavia, e i nuovi legami che ne derivano, non coincidono con i legami primari che sono stati recisi nel processo stesso di crescita. Proprio come non può tornare mai fisicamente nel grembo materno, il bambino non può mai percorrere in senso inverso psichicamente il processo di individuazione. I tentativi in questo senso assumono necessariamente il carattere della sottomissione, in cui la contraddizione fondamentale tra l’autorità e il bambino che vi si sottomette non viene mai eliminata. Coscientemente il bambino può sentirsi sicuro e soddisfatto, ma inconsciamente si rende conto che il prezzo che paga è la rinunzia alla forza e all’integrità del suo io. Perciò il risultato della sottomissione è proprio l’opposto di quello che doveva essere: la sottomissione aumenta l’insicurezza del bambino e al tempo stesso crea ostilità e ribellione, che tanto più spaventa in quanto è rivolta contro le persone stesse dalle quali continua o comincia a dipendere. Tuttavia la sottomissione non è il solo modo di evitare la solitudine e l’ansietà. L’altro modo, il solo che sia produttivo e che non sfoci in un conflitto insolubile, è quello del “rapporto spontaneo con l’uomo e la natura“, un rapporto che collega l’individuo al mondo senza eliminarne l’individualità. Questo tipo di rapporto – le cui più eminenti espressioni sono l’amore e l’attività produttiva – ha le sue radici nell’integrazione e nella forza della personalità totale, e perciò è soggetto agli stessi limiti che incontra la crescita dell’io. Il problema della sottomissione e dell’attività spontanea come due possibili risultati della crescente individuazione sarà discusso più avanti dettagliatamente; qui vorrei solo indicare il principio generale, il processo dialettico prodotto dalla crescente individuazione e dalla crescente libertà dell’individuo.

Il bambino diviene più libero di sviluppare ed esprimere il proprio io individuale, quando non è impedito da quei legami che lo limitavano. Ma il bambino diventa anche più libero da un mondo che gli dava sicurezza e tranquillità. Il processo di individuazione consiste nel rafforzamento e nell’integrazione crescenti della sua personalità individuale, ma è al tempo stesso un processo in cui l’originaria identità con gli altri viene perduta, e in cui il bambino si separa sempre più da loro. Questa crescente separazione può dar luogo a un isolamento che ha la qualità della desolazione e crea ansietà e insicurezza intense; può dar luogo invece a un nuovo genere di vicinanza e di solidarietà con gli altri, qualora il bambino abbia potuto sviluppare la forza e la produttività interiori che costituiscono la premessa di questo nuovo genere di rapporto con il mondo.

Se ad ogni passo compiuto nella direzione della separazione e dell’individuazione corrispondesse un’eguale crescita dell’io, lo sviluppo del bambino sarebbe armonioso. Ma questo non avviene. Mentre il processo di individuazione si svolge automaticamente, la crescita dell’io è ostacolata da fattori individuali e sociali. Lo sfasamento tra queste due tendenze dà luogo ad un intollerabile sentimento di isolamento e di impotenza, e questo a sua volta conduce a quei meccanismi psichici che più avanti vengono definiti “meccanismi di fuga“.

Anche filogeneticamente la storia dell’uomo può esser qualificata un processo di crescente individuazione e di crescente libertà. L’uomo emerge dallo stadio preumano con i primi passi verso la liberazione dagli istinti coercitivi. Se per istinto intendiamo uno specifico modello d’azione determinato dalle strutture neurologiche ereditate, si può osservare nel regno animale una tendenza decisa. Quanto più in basso sta un animale nella scala dell’evoluzione, tanto più il suo adattamento alla natura e tutte le sue attività saranno controllati da meccanismi istintivi e da azioni riflesse. Le famose organizzazioni sociali di certi insetti sono interamente create dagli istinti. D’altro canto, quanto più in alto sta un animale nella scala dell’evoluzione, tanto maggiore flessibilità di modello d’azione e tanto minore completezza di adattamento strutturale troviamo alla nascita. Questo sviluppo raggiunge il suo culmine con l’uomo. Egli alla nascita è il più impotente di tutti gli animali: il suo adattamento alla natura si basa fondamentalmente sul processo di apprendimento, non sulla determinazione degli istinti.

«L’istinto… è una categoria che sta diminuendo, se non addirittura scomparendo, nelle forme animali più elevate, specialmente in quella umana». L’esistenza umana comincia quando al di là di un certo punto gli istinti non sono in grado di determinare l’azione; quando l’adattamento alla natura perde il suo carattere coercitivo; quando il modo di agire non è più fissato da meccanismi ereditari. In altre parole sin dall’inizio “l’esistenza umana e la libertà sono inseparabili”. Il termine libertà viene usato qui non nel senso positivo di «libertà di», ma nel senso negativo di «libertà da», e cioè di libertà dal determinismo istintivo dei suoi atti. La libertà intesa in questo senso è un dono ambiguo. L’uomo nasce senza gli strumenti dell’azione appropriata che possiede l’animale; dipende dai genitori per un periodo di tempo più lungo di quello riscontrabile in qualsiasi animale, e le sue reazioni all’ambiente sono meno pronte e meno efficaci di quanto lo siano le reazioni istintive automaticamente regolate. Passa attraverso tutti i pericoli e i timori che questa mancanza di meccanismi istintivi comporta. Tuttavia proprio questa impotenza dell’uomo è la base da cui si diparte lo sviluppo umano; “la debolezza biologica dell’uomo è la condizione della civiltà umana”.

Sin dall’inizio della sua esistenza l’uomo si trova a dover scegliere tra diverse linee d’azione. Nell’animale c’è un’ininterrotta catena di reazioni che partono da uno stimolo, come la fame, e sfociano in una linea di condotta più o meno rigidamente determinata, che elimina la tensione creata dallo stimolo. Nell’uomo questa catena è interrotta. Lo stimolo c’è ma il genere di soddisfazione è «aperto», cioè egli deve scegliere tra diverse linee di condotta. Invece di un’azione istintiva predeterminata, l’uomo deve soppesare nella mente le linee di condotta possibili: comincia a pensare. Il suo ruolo rispetto alla natura muta dall’adattamento puramente passivo ad uno attivo: egli produce. Inventa strumenti, e nel dominare così la natura, si separa sempre più da questa. Comincia ad avvertire che né lui né il suo gruppo coincidono con la natura. Gli spunta nella mente il pensiero che il suo è un tragico destino: far parte della natura, e pur trascenderla. Diventa cosciente che il suo destino ultimo è la morte, anche se cerca di negarlo con varie fantasie.

Una rappresentazione particolarmente significativa del rapporto fondamentale tra l’uomo e la libertà è data dal mito biblico dell’espulsione dell’uomo dal paradiso. Il mito fa risalire l’inizio della storia umana a un atto di scelta, ma fa cadere l’accento sulla peccaminosità di questo primo atto di libertà, e sulla sofferenza che ne deriva. L’uomo e la donna vivono nel giardino dell’Eden in completa armonia tra di loro e con la natura. C’è pace e non c’è alcuna necessità di lavorare; non si pone alcuna scelta, e non esiste né la libertà né la riflessione. All’uomo è vietato mangiare il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male. Egli agisce contro il comando di Dio, infrange lo stato di armonia con la natura di cui fa parte senza però trascenderla. Dal punto di vista della Chiesa, che rappresentava l’autorità, questo è nella sua essenza peccato. Dal punto di vista dell’uomo, però, questo è l’inizio della libertà umana.

Agire contro gli ordini di Dio significa liberarsi dalla coercizione, emergere dall’esistenza inconscia della vita preumana al livello umano. L’agire contro il comando dell’autorità, il commettere un peccato, è nel suo aspetto umano positivo il primo atto di libertà, ossia il primo atto umano. Nel mito il peccato, nel suo aspetto formale, è l’agire contro il comando di Dio; nel suo aspetto materiale è il mangiare il frutto dell’albero della conoscenza. L’atto di disobbedienza, in quanto atto di libertà, è l’inizio della ragione. Ma il mito parla anche di altre conseguenze del primo atto di libertà. L’armonia originaria tra l’uomo e la natura è spezzata. Dio proclama la guerra tra l’uomo e la donna, e tra la natura e l’uomo. L’uomo si è separato dalla natura, ha fatto il primo passo per diventare umano diventando «individuo». Ha commesso il primo atto di libertà.

Il mito mette in risalto la sofferenza che deriva da questo atto. Il trascendere la natura, l’essere alienato dalla natura e da un altro essere umano, fa scoprire all’uomo d’esser nudo, gli fa provare vergogna. E’ solo e libero, e tuttavia è impotente e ha paura. La libertà appena conquistata appare già una maledizione; è libero dalla dolce schiavitù del paradiso, ma non è libero di governarsi, di realizzare la sua individualità. La «libertà da» non si identifica con la libertà positiva, con la «libertà di». L’emergere dell’uomo dalla natura è un processo prolungato; in larga misura resta legato al mondo da cui è emerso; continua a far parte della natura: la terra su cui vive, il sole e la luna e le stelle, gli alberi e i fiori, gli animali e le persone a cui è legato da vincoli di sangue.

Le religioni primitive portano testimonianza del sentimento di unità con la natura che l’uomo prova. La natura animata e inanimata fa parte del suo mondo umano, o, per dirlo in un altro modo, egli fa ancora parte del mondo naturale. Questi legami primari bloccano il suo pieno sviluppo umano; impediscono lo sviluppo della sua ragione e delle sue facoltà critiche; gli consentono di riconoscere sé e gli altri soltanto attraverso la sua, o la loro, appartenenza ad un clan, a una comunità sociale o religiosa, e non in quanto esseri umani; in altre parole, bloccano il suo sviluppo in quanto individuo libero, autonomo, produttivo. Ma c’è anche un altro aspetto. Questa identità con la natura, il clan, la religione, dà sicurezza all’individuo. Egli «appartiene», ha radici in un tutto strutturato, in cui occupa un posto indiscusso. Può soffrire per la fame o per la soppressione, ma non soffre di quella pena che è la peggiore di tutte, la solitudine completa e il dubbio.

Vediamo dunque che il processo di crescente liberazione umana ha lo stesso carattere dialettico che abbiamo notato nel processo della crescita individuale. Da una parte è un processo di sviluppo della forza dell’integrazione, di dominio della natura, di sviluppo del potere della ragione umana e di sviluppo della solidarietà con altri esseri umani. Ma dall’altra parte questa crescente individuazione significa crescente isolamento, insicurezza e perciò un dubbio sempre maggiore circa il proprio posto nell’universo, il significato della propria vita; ed oltre a ciò un sentimento sempre più acuto della propria impotenza e irrilevanza di individuo. Se il processo dello sviluppo dell’umanità fosse stato armonioso, se avesse seguito un certo piano, allora i due aspetti dello sviluppo la forza e l’individuazione si sarebbero sviluppati in modo assolutamente parallelo. Invece la storia dell’umanità è una storia di conflitti e lotte. Ogni passo verso una maggiore individuazione minaccia nuove insicurezze.

I legami primari, una volta che siano stati recisi, non possono più venir ristabiliti; quando il paradiso è perduto, l’uomo non può più tornarvi. C’è una sola possibile soluzione produttiva per il rapporto dell’uomo individualizzato con il mondo: la sua attiva solidarietà con tutti gli uomini e la sua spontanea attività, l’amore e il lavoro che lo riuniscono di nuovo al mondo, non mediante legami primari, ma come individuo libero e indipendente.

Tuttavia, se le condizioni economiche, sociali e politiche, da cui dipende l’intero processo dell’individuazione umana, non offrono una base per la realizzazione dell’individualità, nel senso che abbiamo appena detto, e se al tempo stesso gli individui hanno perduto quei legami che davano loro sicurezza, questo sfasamento fa della libertà un peso insopportabile. Essa allora si identifica con il dubbio, con un genere di vita che manca di significato e di orientamento. Sorgono potenti tendenze a fuggire da questo tipo di libertà e a rifugiarsi nella sottomissione o in un genere di rapporto con l’uomo e con il mondo che prometta sollievo dall’incertezza, anche se priva l’individuo della sua libertà.

Dalla fine del Medioevo ad oggi la storia dell’Europa e dell’America è la storia del completo emergere dell’individuo. E’ un processo cominciato in Italia nel Rinascimento, e che solo ora sembra esser giunto al suo culmine. Ci sono voluti quattrocento anni per abbattere il mondo medioevale e per liberare gli individui dalle costrizioni più evidenti. Ma benché sotto molti aspetti l’individuo sia cresciuto, si sia sviluppato mentalmente ed emotivamente, e condivida le conquiste della civiltà in misura mai sognata prima, anche lo sfasamento tra la «libertà da» e la «libertà di» è aumentato. Il risultato di questa sproporzione tra la libertà “da” qualsiasi vincolo e la mancanza di possibilità di realizzazione positiva della libertà e dell’individualità ha portato, in Europa, ad una fuga allarmata dalla libertà verso nuovi vincoli o almeno verso la completa indifferenza.

Cominceremo il nostro studio del significato della libertà per l’uomo moderno partendo da un’analisi della situazione culturale dell’Europa alla fine del Medioevo e all’inizio dell’era moderna. In quel periodo la base economica della società occidentale subì radicali trasformazioni, cui si accompagnò una trasformazione altrettanto radicale della struttura della personalità umana. Maturò allora un nuovo concetto della libertà, che trovò la sua più significativa espressione ideologica nelle nuove dottrine religiose della Riforma. Ogni tentativo di comprendere la libertà caratteristica della società moderna deve partire dal periodo in cui sono state gettate le fondamenta della civiltà moderna, perché questa fase formativa dell’uomo moderno ci consente di individuare meglio delle epoche successive l’ambiguo significato della libertà che doveva operare in tutta la civiltà moderna; da una parte la crescente indipendenza dell’uomo dalle autorità esterne, dall’altra il suo crescente isolamento e il conseguente sentimento di irrilevanza ed impotenza dell’individuo. La nostra comprensione dei nuovi elementi insiti nella struttura della personalità umana viene arricchita dallo studio delle loro origini, perché analizzando i lineamenti essenziali del capitalismo e dell’individualismo alle radici, si può paragonarli ad un sistema economico e a un tipo di personalità che erano fondamentalmente diversi dai nostri. Il confronto offre una prospettiva migliore per la comprensione delle peculiarità del sistema sociale moderno, di come esso ha foggiato la struttura del carattere delle persone che vivono nel suo ambito, e del nuovo spirito prodotto da questa trasformazione della personalità. Il capitolo seguente dimostrerà anche che il periodo della Riforma è più simile alla scena contemporanea di quanto potrebbe apparire a prima vista; anzi, nonostante le ovvie differenze tra i due periodi, probabilmente dopo il sedicesimo secolo non c’è stato un periodo così somigliante al nostro per quanto riguarda il significato ambiguo della libertà.

La Riforma è una delle radici dell’idea di libertà umana e di autonomia, come viene concepita nella democrazia moderna. Tuttavia, mentre questo aspetto, specialmente nei paesi non cattolici, viene sempre sottolineato, l’altro suo aspetto l’insistenza sulla malvagità della natura umana, sull’irrilevanza e l’impotenza dell’individuo e sulla necessità per l’individuo di subordinarsi ad un potere esterno viene trascurato. Quest’idea dell’indegnità dell’individuo, della sua fondamentale incapacità di poggiare sulle proprie forze, e del suo bisogno di sottomissione, è anche il tema principale dell’ideologia di Hitler, cui manca però l’insistenza sulla libertà e sui princìpi morali che era tipica del protestantesimo. Questa similarità ideologica non è il solo elemento che faccia dello studio dei secoli quindicesimo e sedicesimo un punto di partenza particolarmente fruttuoso per la comprensione della situazione presente. C’è una fondamentale somiglianza anche nella situazione sociale: cercherò di dimostrare come questa somiglianza sia responsabile della similarità ideologica e psicologica. Allora come oggi un vastissimo settore della popolazione vedeva il suo tradizionale modo di vita minacciato da mutamenti rivoluzionari dell’organizzazione economica e sociale; era soprattutto la classe media, come oggi, ad esser minacciata dal potere dei monopoli e dalla forza superiore del capitale, e questa minaccia ebbe effetti importanti sullo spirito e sull’ideologia del settore della società che era minacciato, accrescendo il sentimento di solitudine e irrilevanza dell’individuo.

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Brano tratto da: Fuga dalla libertà di Erich Fromm

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